Bauman non conosce Roma. Non la miseria in sé e neppure la disparità, ma l’indifferenza ad esse segna quest’epoca

Con un pizzico della mia consueta presunzione, mi autorizzo da solo a “correggere” un mostro sacro come Zygmunt Bauman perché, diversamente da lui, non credo che la disparità e la diseguaglianza sociale siano di per sé quelle “metastasi” che lui denuncia.

Secondo me, la disparità e la diseguaglianza sociale esistono da quando esiste l’uomo e se davvero fossero “metastasi” avrebbero già da millenni consumato l’umanità nella violenza e nel dolore più feroce fino ad annientarla del tutto così come le metastasi tumorali vanno a consumare gli organismi viventi riducendoli al nulla materiale. Invece la mia opinione, immodesta, è che la vera, grave e più autentica “metastasi” sia l’attuale indifferenza alla disparità ed alla diseguaglianza sociale.

Nel passato infatti – fossero ideologie, religioni, organizzazioni, associazioni, partiti, bande  – esistevano e si facevano sentire anche con la violenza spesso in forme criticabili, comunque moralmente opinabili o deboli sotto il profilo della tolleranza forze, energie ed interessi contrari alla disparità e alla diseguaglianza sociale. Qualcuno – anche e solo per il proprio interesse personale, o per quello del gruppo sociale di appartenenza – si preoccupava di ridurre e contenere, di suturare ed incollare le divaricazioni più ampie e pericolose della disparità e della diseguaglianza sociale se non altro per l’intelligente supposizione che per un privilegiato sia sempre miglior cosa godere un po’ meno dei propri beni, ma goderne in piena tranquillità e sicurezza, dopo aver distribuito almeno un pochino dei propri averi a una massa potenzialmente rivendicativa (o pericolosa e violenta) di poveri nullatenenti.

Ciò che Bauman secondo me sottovaluta o non vede è che ai giorni nostri domina e impera una totale indifferenza alla disparità economica e alle ineguaglianze sociali. Il problema – o piuttosto “la notizia” – a mio modesto avviso non son tanto o soltanto le disparità stridenti di retribuzione quindi di censo, né le pur abissali disuguaglianze sociali, le sperequazioni evidenti e macroscopiche nel potere d’acquisto, che si riflettono nelle ormai divaricanti differenze nei livelli dei servizi e nella qualità dei consumi disponibili per individui di classi diverse nelle stesse città e negli stessi quartieri.

Noto inoltre che il  privilegio di classe – anche nei post di Facebook – si compiace di manifestarsi in tutta la sua forza ideologica in un benessere personale, familiare, di gruppo e comunque di segmentazione classista pedissequamente modellato sui formati e gli standard più banali e superficiali della pubblicità. Vedo cene, balli, viaggi, gite, vacanze, spettacoli, ristoranti, hobby onerosamente coltivati, acquisti di beni lussuosi e costosi, palestre, circoli esclusivi, club, crociere. E innanzitutto – non senza fastidio e talvolta indignazione e rivolta – colgo feroci invettive contro gli immigrati sporchi e indisciplinati, i poveri che rompono le scatole, i nomadi che invadono il centro storico e rubano, mendicanti e accattoni che insidiano il decoro urbano, gli alienati che rompono la quiete, i giovani di periferia che scrivono sui muri, i barboni che spaventano bambini, gli africani che pisciano sui muri, i cinesi che comprano magazzini vuoti.

Se quindi l’autorevole Bauman mi consentisse di correggerlo parlando dell’Italia o meglio di Roma – dove abito e lavoro da sempre – non è la miseria in sé e neppure le dirompenti differenze di classe che detta a segnare l’attuale condizione storica della città. Se pensiamo al passato storico, lusso e miseria, ricchezza e povertà, fame e spreco, cultura ed analfabetismo, hanno sempre convissuto. E probabilmente – più nel male che nel bene – è il Cristianesimo ad averle spinte a convivere senza troppi attriti e conflitti. Non sono quindi gli squilibri, le barriere, le sperequazioni e le diversità classiste di censo e cultura a caratterizzare un momento molto simile, invece, a quelli di altre fasi storiche precedenti di stagnazione, recessione, crisi. La vera differenza, rispetto al passato, a mio avviso, sta nella nuova indifferenza alla miseria che diventa compiacimento per il privilegio classista. E in questa novità il Cristianesimo, ne sono convinto, è incolpevole. Anzi è la seconda vittima, subito dopo i poveri e gli esclusi.

Fabrizio Venturini

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