Cinema e migrazione per s-cambiare il mondo. Intervista a Barbara Massimilla

Il 15 giugno ha aperto al Cinema Trevi di Roma S-Cambiamo il Mondo, rassegna di cinema e culture già alla sua seconda edizione: per quattro giorni film, documentari, cortometraggi, dialoghi ed incontri multietnici ci racconteranno una delle grandi storie del nostro tempo: la migrazione. La rassegna, organizzata da DUN-Onlus e dalla rivista Eidos cinema psiche e arti visive, si contraddistingue per uno sguardo poliedrico ed inclusivo dove arte, antropologia, psicoanalisi, filosofia e politica si fanno terreno di scambio e riflessione.

Abbiamo incontrato la curatrice Barbara Massimilla a cui chiediamo subito: perché cinema e perché migrazione? Da dove nasce il bisogno di questa rassegna?

Le faccio una piccola premessa: sono una psicanalista junghiana, Jung si interessò molto delle culture del mondo e della multiculturalità in generale. EIDOS cinema psiche ed arti visive, di cui sono presidente, è una rivista quadrimestrale che affronta le implicazioni psicologiche dell’arte cinematografica – non nel senso di storie che raccontino ‘casi clinici’, piuttosto storie che abbiano un’attenzione all’umano, all’emozione e alle sue implicazioni sociali. Inoltre sono presidente di DUN-onlus, un associazione dove psicoanalisti e psicoterapeuti curano gratuitamente i migranti attraverso percorsi individuali e di gruppo. Per tornare alla sua domanda, la rassegna nasce come ponte per unire questi due aspetti. Il cinema, in particolare, credo sia l’arte che racconti meglio la contemporaneità; si può dire essere ‘consustanziale’ al nostro mondo globalizzato per la sua istantaneità di fruizione e capacità di suscitare emozioni. In questo senso la nostra rassegna vuole proporre un cinema che possa non solo emozionare ma anche offrire spunti di riflessione.

Stiamo assistendo ad un ‘rimescolamento’ globale di persone, culture ed etnie. Crede il concetto attuale di ‘confine’ sia obsoleto e vada riscritto? Pensa la coesistenza pacifica di quest’umanità ‘rimescolata’ sia possibile?

Sarà possibile se noi saremo in grado di riscrivere un nuovo Umanesimo. Stiamo assistendo a un esercizio di potere da parte del mondo occidentale che anziché capire cosa sta accadendo preferisce erigere muri. Solo noi sulle terre di confine siamo costretti a vedere – anche se ci sono stati casi vergognosi di respingimento dei rifugiati nonostante avessero diritto d’asilo. Qui stiamo parlando di migrazioni forzate, di esseri umani che si spostano perché costretti da guerre, carestie, genocidi. Credo l’esodo di queste persone – specialmente dall’Africa ma anche dall’Oriente e dai paesi in guerra – ci costringa a ripensare i confini, a riscrivere la cartografia mondiale, che ci piaccia o no. Se è vero che in ogni stato è importante una coesistenza pacifica, è altresì importante riconoscere in primis l’esistenza dell’altro in quanto essere umano, che in nome di questo auspicato nuovo Umanesimo ha diritto di essere considerato come persona e non come un numero senza identità e soggettività. Mi vergogno delle scene che vediamo quotidianamente nel cimitero del deserto e del Mediterraneo; per questo cerco di fare un’operazione di riflessione e introspezione rispetto ad una problematica che ci invita all’apertura. Credo la solidarietà debba allargarsi a livello globale per organizzare un’accoglienza globale, e qui si scivola sul piano politico: il nuovo Umanesimo deve guidarci e ispirarci ma ci devono essere delle leggi che creino norme e tutele a livello internazionale.

Una sezione della rassegna è dedicato femminile; il cortometraggio-sigla racconta la storia di una bambina ed è firmato dalla regista Cristina Mantis. E’ importante parlare di donne e far parlare le donne?

Questo mio interesse viene dal desiderio di proteggere il femminile dalla violenza rinforzando l’identità della donna. Lavoro da anni con donne vittime di violenza e ho notato che tutte e di qualsiasi nazionalità, anche se non venivano specificatamente per questo motivo, avevano subito una qualche violenza. I film che ho scelto parlano di alcuni riti nefasti per il femminile: “La sposa bambina” ad esempio, girato clandestinamente in Yemen, è tratto dalla storia vera di una bambina data in sposa ad un adulto. Queste bambine spesso muoiono di parto o per emorragie interne dovute a rapporti sessuali. Un altro caso è quello dell’infibulazione. Conoscere questi riti nefasti e queste sofferenze è importante, parlarne attraverso il cinema diventa un’arma perché non si può più fare finta di niente.

I processi dell’emancipazione femminile sono molto lunghi, il femminismo non ha risolto la questione tant’è che tutt’oggi esiste il fenomeno del femminicidio: le donne spesso non si rendono conto di chi hanno intorno poiché l’identità femminile è ancora fragile. Acquisire consapevolezza di sé e del proprio valore è fondamentale; bisogna lavorare su questo per aiutare le donne a proteggersi, a insegnare loro il diritto di fare un lavoro dignitoso e di scegliere un partner che le rispetti.

 

Pensa la combinazione tra cinema e riflessione psicoanalitica possa rappresentare non solo uno spunto di analisi ma anche una via per curare ferite legate alla migrazione e non solo?

Nella terapia con le donne migranti è stato fatto: è stato possibile lavorare su alcuni film vedendoli e commentandoli insieme, ma anche costruire – in una sorta di immaginazione attiva – delle mini sceneggiature tratte da frammenti della loro storie passate. Uno di essi è diventato il video-sigla della rassegna realizzato dalla regista Cristina Mantis. La storia, che io stessa ho elaborato in una prima stesura, è tratta da un ricordo d’infanzia di una ragazza del Bangladesh, da questo frammento ha preso forma l’immagine del corto poi realizzato.

La creatività è molto importate per tutti. In particolare, per queste storie di grande sofferenza, abbandono, mortificazione la creatività è in grado di segnare un destino diverso: le donne, alla luce di una conquista interiore, possono ricavarne immagini di conforto, scene modello piene di significato, senso e speranza. Io dico sempre “non bisogna sopravvivere, bisogna vivere” e per vivere bisogna immaginare, progettare, avere una visione prospettica. Anche una sofferenza, se prende forma e acquista una sua bontà estetica – nel senso di bellezza e profondità – diventa portatrice di un messaggio di forza, speranza e trasformazione in grado di sprigionare una grande energia.

Noi ci auguriamo una grande energia e un grande pubblico accompagnino questa rassegna coraggiosa e necessaria.

S-cambiamo il mondo: Cinema Trevi di Roma (vicolo del Puttarello, 25) dal 15 al 18 giugno 2017. Qui il Programma. In collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia- Cineteca Nazionale. Con il patrocinio di Amnesty International Italia, Associazione Italiana Psicologia Analitica, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Realizzata con il sostegno di Fondazione Migrantes, A.I.P.A. e META

Marta Rizi

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