Evviva la Costituzione Italiana

Il voto del 4 dicembre afferma con nettezza, circa il 60% di NO e sei milioni di scarto, che la maggioranza degli italiani ama la propria Costituzione. I cittadini hanno dato prova di consapevolezza che se manca il lavoro, se la ripresa non c’è, se i servizi sono insufficienti, se le infrastrutture della mobilità, della difesa del suolo, dell’acqua, dell’energia sono arretrate rispetto alla nuova epoca di cambiamento climatico, se l’industria italiana non ritrova se stessa, se il lavoro è svalutato e aumenta il precariato, se il sistema politico e quello dell’informazione non sono autonomi, se aumenta la povertà, se….(e i se potrebbero continuare a lungo), non è per responsabilità della Costituzione ma per evidenti responsabilità politiche.

Il voto ha detto che è pericoloso per la democrazia pensare al cambiamento manomettendo la Costituzione e impedendo ai cittadini di eleggere i propri rappresentanti. Domenica scorsa è stata una brutta giornata per Renzi, che ha visto se stesso, il suo governo, i suoi sostenitori e il PD travolti da una pesante sconfitta. Il suo avventurismo arrogante non è piaciuto agli italiani.

Un dispiacere lo hanno avuto le tecnocrazie europee e anche i centri delle oligarchie finanziarie come il grande gruppo finanziario J.P. Morgan che da qualche anno va affermando che le costituzioni scaturite dalla sconfitta del fascismo andrebbero cambiate poiché incompatibili con il potere europeo fondato sulla Commissione e la BCE (istituzioni che non sono espressione di nessuna volontà popolare europea) e perché difendono troppo i diritti del lavoro. Anche per loro il NO rappresenta un fermo monito democratico.

Il popolo italiano con questo voto ha detto che vuole mantenere la propria autonomia e il proprio potere decisionale. Il voto rappresenta una barriera per tutti coloro che pensano di far regredire la democrazia italiana con modifiche costituzionali.

Il dato politico del voto, che si ricava dalle prime valutazioni, appare estremamente chiaro come ci segnalano i dati exit pool dell’Istituto di Piepoli elaborati per la RAI:

  1. A) voto dei giovani:

18-34    anni         SI 32%         NO 68%

35- 54      “            SI 37%         NO 63%

oltre  54     “           SI 51%         NO 49%

 

  1. B) voto per aree geografiche:

Sud e  Isole      SI  33%          NO   67%

Nord ovest         “   45%           “     55%

Nord est              “  43%            “    57%

Centro                 “  45%             “   55%

 

Il dato segnala come la stragrande maggioranza dei giovani e delle popolazioni del Mezzogiorno, i più colpiti dalla precarizzazione e dal restringimento dell’occupazione, insieme ai ceti medi impoveriti dalla società neoliberista, hanno votato nettamente contro la riforma Renzi-Boschi per esprimere la loro estrema sfiducia verso un governo e un leader che hanno galleggiato nella crisi e non hanno bloccato e invertito le politiche del rigore euro-tedesco. E c’è da dire che la loro sfiducia non si è insabbiata nelle secche del qualunquismo di destra, come spesso è accaduto e come potrebbe ancora accadere, ma si è alimentata dei valori antifascisti della Costituzione italiana.

Più in generale, dopo questo voto, nel paese si respira un’aria nuova di chi vuole che la Costituzione venga applicata: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3, secondo comma).

Il voto parla anche alla sinistra e le scodella dure verità. Da una parte, testimonia che il PD non è più percepito come un partito di centro-sinistra e, tantomeno, di sinistra in quanto lontano dalle sofferenze e dalle speranze dei giovani, dei ceti popolari e del lavoro, ma anche perché ha abbandonato uno dei principi fondanti delle sinistre, quello del bene assoluto che rappresenta l’unità del lavoro e delle forze popolari per la democrazia, e per la difesa dei diritti sociali, civili e politici; dall’altra parte, il voto dice che c’è bisogno di ridare, e urgentemente, una rappresentanza sociale e politica di sinistra a queste forze.

Ciò sarà possibile, però, alla condizione di avere un nuovo partito che sia chiaramente collocato dalla parte dei ceti popolari e del lavoro, e che sappia prospettare battaglie sociali, culturali e politiche coerenti con un programma politico di avanzamento verso un nuovo modello di società democratica, partecipata, sostenibile e verso una nuova Europa dei popoli, in cui il lavoro, l’ambiente, i diritti, la pace e la solidarietà siano fondamentali.

Le dimissioni del governo Renzi pongono la questione di come affrontare l’oggi e il domani. È evidente che serva un pronunciamento popolare sul nuovo governo e che, per questo, è necessaria una nuova legge elettorale. Per raccogliere la spinta alla partecipazione popolare, appaiono non più proponibili leggi elettorali maggioritarie, con premi di maggioranza,  per garantire a delle, più o meno consistenti, minoranze di governare. Viceversa, appare necessaria la valorizzazione piena del nuovo pluralismo che si è determinato in questi ultimi anni con  la presenza del movimento 5stelle e con la nascita sociale di una nuova sinistra.

Occorre quindi una legge elettorale che, da una parte, consolidi il ruolo politico e rappresentativo del Parlamento e, dall’altra parte, unifichi il sistema elettorale di Camera e Senato. Il sistema che più è in grado di esprimere una tale svolta è quello proporzionale fondato su piccoli collegi territoriali di questo l’Italia ne sta già discutendo. Al Presidente della Repubblica spetterà di collocare e indicare le soluzioni più adeguate per affrontare la nuova fase politica ed istituzionale.

Sergio Gentili

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