“La sfida di Kuala Lumpur” Cartoline dall'Asia

La Malesia non è come mi aspettavo, anche se una settimana è un tempo assolutamente limitato per comprendere una nazione. Ma quanto mi hanno spiegato le persone che conosco  là mi ha aiutato a capire molto, e tutto mi è stato raccontato appena arrivato, perciò ha funzionato da schema interpretativo utile per decifrare quello che vedevo con occhi da fotografo.

La Malesia ha sempre avuto una lunga storia di immigrazione, fin dalla Compagnia delle Indie. La presenza di cinesi e cingalesi è molto forte, e ben insediata; e a differenza della vicina Indonesia, ancora usano la propria lingua madre per comunicare tra di loro, mentre per esempio i cinesi in Indonesia – anche per motivi storici – parlano quasi esclusivamente indonesiano ora.

Ma negli ultimi venti anni, dalla metà degli anni Ottanta e anni Novanta, l’immigrazione è aumentata notevolmente, anche per accordi economici bilaterali tra il governo malesiano e i paesi d’emigrazione, specialmente con il Bangladesh per lavoro e l’Africa per studio.

Dai dati annuali della Malesia, si registrano 2,1 milioni di lavoratori stranieri con una forza lavoro che conta 15,3 milioni nel 2014, e con almeno 1 milione di lavoratori stranieri illegali che porta al 15 per cento la manodopera straniera impiegata in Malesia, rendendola il paese più grande importatore di manodopera straniera nell’Asia.

Dal Bangladesh, per una politica di apertura nei confronti di questo paese, sono stati accolti molti lavoratori, specialmente per fare i lavori più umili, perché – come mi dicono i malesiani stessi qui – la gente del posto è diventata pigra e certi lavori non vogliono più farli: quelli che sono chiamati i “3D Jobs”, ovvero i lavori 3D, Dangerous (pericolosi), Dirty (sporchi), Difficult (difficili). Perciò per le strade di Kuala Lumpur non vedrete mai lavoratori malesiani a pulire o nelle fabbriche, nei ristoranti, ma quasi sempre indiani o bangladesi. Molti di loro sono impiegati nel settore del tessile con paghe misere. Anche dall’Africa arrivano moltissimi uomini per motivi di studio, ed ora se ne contano solo nell’ultimo anno più di trentamila, ma solo 5.000 terminati gli studi tornano in patria. Tutti gli altri rimangono nelle città illegalmente. Si pensi che su una popolazione malesiana di 26 milioni solo un milione sono di origine bangladese, e nonostante questo, dal prossimo anno il governo malesiano ha annunciato un piano di accoglienza di circa 1.5 milioni di lavoratori dal Bangladesh per i prossimi tre anni.

La città sta esplodendo, nonostante a prima vista passeggiare per le strade di Kuala Lumpur dia l’impressione di una perfetta città cosmopolita; e sono aumentati in questi venti anni i casi di stupri, molestie sulle donne, rapimenti dei bambini e commercio di organi umani, proprio perpetrati dalla marea illegale di stranieri che agisce senza controllo. Come mi racconta una madre malesiana, ormai nessuno si sente più al sicuro con i propri bambini piccoli; prima si poteva lasciarli giocare da soli nelle strade, come accade in quasi tutte le città asiatiche, adesso nessuno perde di vista un attimo i propri figli per un solo secondo. L’intolleranza e il razzismo sono palpabili a mano, la diffidenza è leggibile in molti sguardi nelle strade. Le case hanno ormai tutte le grate alle finestre e le porte blindate. Ma la diffidenza è anche fortissima verso gli europei, appena questa estate sono stati arrestati due cittadini inglesi perché molestavano dei bambini malesiani in una scuola e avano migliaia di foto pedo-pornografiche nei loro computer.

Eppure camminare per le vie di KL è veramente una bella esperienza, una città cosmopolita e efficiente, dove puoi incontrare persone di ogni nazionalità. Ma c’è individualismo, noncuranza, e se ti allontani da KL di poco, e arrivi per esempio a Putrajaya, sede dell’aeroporto di KL e di molti ministeri, là la diffidenza è molto più accentuata.

Io sono finito negli uffici della Polizia locale il primo giorno perché un padre ha visto che facevo delle fotografie all’interno di una scuola elementare, nonostante avessi avuto i permessi delle maestre e della Direttrice della scuola. Sono stato trattenuto due ore nell’ufficio, interrogato sui motivi del mio viaggio in Malesia e visionate tutte le mie fotografie precedentemente scattate, anche se con estrema gentilezza dagli agenti del posto.

Quella della Malesia è veramente una difficile situazione e rappresenta il mezzo fallimento della politica di immigrazione, ma nello stesso tempo la sua unica risorsa lavorativa, ponendo la sua stessa popolazione in una posizione paradossale: l’industria dell’arredamento in Malesia – uno dei più grandi al mondo – dice che le spedizioni mensili sono in calo di oltre il 28 per cento nella sua regione più attiva, a causa di una carenza di oltre 27.000 lavoratori. Gli agricoltori stanno lottando per trovare lavoratori locali, spingendo verso l’alto il prezzo di alcuni frutti del 60 per cento. La Federazione dei Produttori malesi dice che l’84 per cento dei suoi membri si trova ad affrontare una fortissima carenza di manodopera, e la metà non può soddisfare gli ordini. Le piantagioni di olio di palma, uno dei settori economici più forti in Malesia, non trova chi lavora nelle sue piantagioni se non gli immigrati indiani, bangladesi, sottopagati. Ma a questa situazione fa da contraltare l’esasperazione e la paura della popolazione malesiana stanca delle violenze e dei crimini perpetrati proprio da quei cittadini stranieri che compiono i lavori che i malesiani non vogliono più fare.

Una sfida non facile questa per la Malesia, costretta a trovare forza lavoro all’estero (guadagnandoci anche parecchio denaro), e nello stesso tempo arginando l’intolleranza e l’insoddisfazione della sua stessa popolazione, soprattutto – recentemente – nei confronti del governo.

Quindi se si vuole visitare KL, un consiglio è visitare i due, tre mercati tradizionali per vivere profondamente il senso di questa commistione di razze e popoli, in senso vibrante e ancora positivo. Stare attenti a fotografare, KL non è come Jakarta, Manila o altre città asiatiche, la gente del posto non ama molto essere ripresa, specialmente i bambini, meglio chiedere sempre il permesso ai genitori prima. E se volete invece cercare la tradizione, e anche una maggiore semplicità e amichevole accoglienza, allora allontanatevi di tanto dalla capitale e visitate i kampung (villaggi) della Malesia: là non si avverte quella tensione, i bambini corrono ancora per strada, le porte delle case non sono blindate e troverete chi vi offrirà un buon caffè, un buon cocco da bere, e qualche racconto di come si viveva meglio tanti anni fa. Là, la macchina fotografica è ancora un oggetto che avvicina le persone e le rende felici.

Stefano Romano

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