“La voce dal sen fuggita….”, se il ministro Poletti è spaventato dal referendum sul jobs act

Il “neo” Ministro al lavoro Poletti, ai margini di quel “bagno di democrazia” rappresentato dal voto al Senato per la fiducia al Governo Gentiloni, ha dichiarato che le eventuali elezioni anticipate avrebbero avuto l’innegabile merito di impedire lo svolgimento del Referendum promosso dalla CGIL sul jobs act , e su cui sono state raccolte 3 milioni di firme. Ovverosia avrebbero permesso di evitare, dopo il risultato del 4 dicembre, un’altra ordalia tragica per la politica neoliberista che governa il nostro paese.

Questa dichiarazione, frutto sicuramente dell’ingenuità del Ministro, ingenuità inevitabile in chi prima di ricoprire questo incarico politico ha fatto esclusivamente il massimo dirigente nazionale della Lega delle Cooperative, ha però il merito di chiarire alcune cose.

Prima cosa che chiarisce è lo spessore democratico della classe dirigente di questo Paese, disposta a ricorrere a qualsiasi escamotage, (si perché nella visione del ministro chiamare gli elettori ad eleggere un nuovo Parlamento è un escamotage), pur di evitare che i cittadini siano chiamati a pronunciarsi su uno dei provvedimenti più devastanti che il Governo Renzi abbia imposto al Paese. Alla faccia dei 3 milioni di
firmatari e alla faccia dell’Organizzazione di massa più grande del paese.

Seconda cosa che chiarisce è la centralità che il jobs act ha nella strategia politica di chi ha governato questo paese in questi anni. Ridurre gli spazi di democrazia, svilire la partecipazione dei cittadini alla politica, centralizzare nelle mani del Capo del Governo tutti i poteri da una parte e dall’altra minare alla base i diritti dei lavoratori, precarizzare il lavoro, rendere i lavoratori privi di difese di fronte alle aziende, ecco i due capisaldi che fanno la cifra della politica del governo Renzi. Ecco il 4 dicembre il
primo caposaldo è saltato è ovvio che il Ministro Poletti veda di buon occhio qualunque cosa che impedisca che anche il secondo salti.

Terza cosa che chiarisce è la continuità manifesta fra il nuovo Governo e quello vecchio. Non solo perché Poletti è ministro in questo governo, ma anche perché il neo Primo Ministro si è affrettato a dichiarare che il jobs act non si tocca. E qui sorge una domanda: ma come hanno fatto tutti quei parlamentari del PD che si dicono d’accordo con il Referendum della CGIL a votare la fiducia a questo Governo che un
secondo dopo dichiara di voler difendere una legge che quel Refendum vuole abrogare? Bha ! Forse per ingenuità ? O per senso di responsabilità ? Chi lo sa, ma se di responsabilità si tratta certamente non è nei confronti dei lavoratori.

Quarta cosa che chiarisce è che nel dibattito politico che si è aperto anche nel nostro Paese con l’obiettivo di ricostruire una sinistra degna di questo nome, i contenuti posti dal Referendum della CGIL non possono non avere in ruolo centrale. Invece di discutere di campi più o meno progressisti, di avvoltolarsi in dibattiti surreali nel loro politicismo, vogliamo mettere alcuni paletti, perché senza paletti i campi si tramutano rapidamente in palude. Un primo paletto lo abbiamo messo il 4 dicembre, un
secondo è rappresentato dai quesiti referendari che tanto spaventano il ministro Poletti.

Due paletti forse sono pochi ma intanto partiamo da qui , dalla difesa della Costituzione e dalla difesa dei lavoratori. Usciamo dal letargo. Partiamo da quelli che si sono schierati per il No il 4 dicembre,
da quelli che condividono i quesiti referendari della CGIL, sono loro i soggetti che devono essere coinvolti nel dibattito per la ricostruzione della sinistra in Italia. Fare altro significare rassegnarsi alla deriva verso la Repubblica di Waimar, e i fatti di queste ultime ore accelerano ulteriormente questa deriva, che il nostro Paese ha imboccato.

Enrico Chiavini

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