Le “Città Rifugio” e la risposta di una metropoli Intervista a Dylan Di Chiara del Centro Sociale "Insurgencia"

Insurgencia è un centro sociale da anni presente a Napoli nella zona di Capodimonte, e da sempre è molto attivo nel campo dell’immigrazione e dell’accoglienza ai migranti. Dylan Di Chiara è tra i suoi attivisti ed animatori; l’abbiamo incontrato e gli abbiamo posto una serie di domande su alcune interessanti iniziative di tale centro.

Dylan, che cosa è l’esperienza delle città rifugio? che cosa è una città rifugio?

L’espressione “città rifugio” è stata coniata dalla sindaca di Barcellona Ada Colau poco dopo la sua elezione. In breve è un modo di immaginare le città come uno spazio potenzialmente anomalo rispetto alle politiche di respingimento dei migranti dell’Europa. Uno spazio in cui è possibile accogliere tante e tanti e farlo in maniera dignitosa. Cosa saranno le città rifugio nel concreto si definirà ovviamente attraverso le pratiche cosi’ attuate.

Napoli è una città rifugio? e se non lo è, può diventarlo?

Attualmente è ancora presto per definire Napoli una città rifugio vera e propria, tuttavia riteniamo ci siano i presupposti perché lo diventi. Da un lato abbiamo un’amministrazione anomala che è riuscita a creare consenso politico attraverso parole d’ordine antirazziste, quando invece tanti altri hanno accumulato consenso in maniera opposta. Penso ovviamente alla lega di Salvini e ai gruppi neofascisti come Casapound. Dall’altro lato abbiamo una città abituata ad accogliere, che quando è stata messa alla prova dallo sbarco di centinaia di migranti nel porto di Napoli meno di due mesi fa ha dato prova di grande solidarietà. Centinaia e centinaia di cittadini si sono attivati in quell’occasione per aiutare quelle persone. Lo striscione che recitava “Welcome refugees, Napoli is your home” che esibimmo fuori la questura dove erano stati portati i migranti fece il giro del paese. Ora ovviamente la sfida è quella di organizzare l’accoglienza dal basso, anche in collaborazione con l’amministrazione, e fare in modo che dall’evocazione, pur importantissima, si passi alla prassi.

Ci sono altre città rifugio, e quali sono, in Italia e all’estero?

L’altra grande metropoli europea che sta producendo un ragionamento importante sull’accoglienza è Barcellona, ma mi pare che anche da loro ci si stia avviando ancora alla sperimentazione. In ogni caso esistono esempi di buona accoglienza, come Riace, che da tempo gestisce l’accoglienza in maniera eccellente.

Come si vive nelle città rifugio?

Come si vive nella città rifugio è una cosa che scopriremo col tempo, ma siamo convinti che si vivrà bene. Quando l’integrazione è reale, si liberano energie, e ci si arricchisce. Noi e chi scappa da guerra e povertà altrove abbiamo gli stessi nemici, che si tratti delle destre xenofobe, spesso antimeridionali oltre che razziste, o del neoliberismo e dell’austerity.

Come nasce, come si costruisce, una città rifugio?

Una città rifugio si costruisce mettendo in sinergia le competenze, le forze, e l’esperienza dei cittadini che si impegnano contro il razzismo e per l’integrazione sui territori. Quando queste esperienze hanno modo di determinare le scelte governative in città, e l’amministrazione napoletana in questo senso è particolarmente ricettiva, allora esistono i presupposti perché si possa costruire una città dell’accoglienza.

Chi deve essere accolto in una città rifugio? migranti, immigrati, rifugiati, profughi, chi altro? E invece, se c’è qualcuno che deve esserne escluso, perché dovrebbe esserlo?

A noi non è mai interessata la distinzione tra i cosiddetti migranti economici e i rifugiati politici. Crediamo che i confini siano sempre ingiusti e che ognuno possa circolare liberamente sui nostri territori, come del resto le merci fanno da tempo in Europa e nell’emisfero occidentale. Inoltre non crediamo che morire di fame sia meno grave di morire a causa di una guerra.

In cosa si distingue la prospettiva delle città rifugio dalle politiche attuate fino ad oggi sui migranti dalle differenti compagini governative succedutesi in questi ultimi anni?

Una parte importante del sistema dell’accoglienza viene gestita spesso in maniera tremenda. Si lascia spazio alla speculazione a danno delle condizioni di vita di chi viene accolto. Il problema è che il fine non è l’integrazione, ma far fronte a quella che viene definita un’emergenza. Da sempre gli strumenti adottati in stato d’emergenza, che si tratti dell’emergenza rifugiati, di quella rifiuti, o di quelle legate a calamità naturali, privilegiano l’arricchimento degli speculatori, bypassano i processi democratici, e creano disastri.

Avviandoci rapidamente alla  conclusione di questa pur breve intervista… che cos’è l’esperienza di Afro Napoli?

In breve, perché questa è davvero un’altra bella storia sulla quale ci sara’ ancora da scrivere, l’Afro Napoli United è una squadra di calcio antirazzista in cui militano giocatori di tutte le etnie, non importa se migranti, rifugiati, napoletani di nascita, o clandestini. Si tratta di un’esperienza di successo che favorisce l’integrazione, aiuta tanti a ottenere un permesso di soggiorno, e garantisce la possibilità per chi ama lo sport di poterlo praticare a prescindere dal suo passaporto. In più tende anche a vincere molto, e la cosa non guasta. Dopo aver militato nel campionato amatoriale, si è riusciti a ottenere la possibilità negli ultimi anni di tesserare molti dei giocatori anche per il campionato FIGC. Attualmente l’Afro gioca in promozione, dopo aver superato i campionati di terza, seconda, e prima categoria.

Allora grazie di tutto Dylan, e a questo punto a presto risentirci, per parlarci nuovamente di calcio, cominciando magari proprio dall’approfondire la storia dell’Afro United, ok?

Ok, e arrivederci a presto allora, e buona domenica, di calcio e di accoglienza.

(Napoli, 19/12/2016)

Vittorio Balestrieri

Rispondi