L’informatica rende liberi? una riflessione sulla nostra ignoranza e la tecnologia

Telefono al call center perché mi si è rotto il computer. Oltre a non esaurire praticamente nulla nel corso della (costosa) telefonata, perché l’assistenza mi sarà concessa previa la compilazione di formulari chilometrici, vengo trattata come una povera imbecille perché, facendo tutt’altro nella mia vita, non ho una prontezza felina nel fornire il codice Pippo, il numero di Paperino, il contrassegno Minnie ecc. Roba tecnica, mica cose con cui si ha a che fare tutti i giorni; eppure, per la centralinista, io dovrei vergognarmi un po’ di non sapere queste cose. Perde anche la pazienza. Anch’io l’ho persa, ma perché, sa, sto sottraendo tempo al mio lavoro… E il mio pensiero, mentre mi accingo a compilare il terzo questionario per un problema del mio pc che probabilmente per un tecnico sarà risolvibile con una mezz’ora di lavoro, va alle tante e ai tanti che non sanno cose che forse sono un po’ più importanti dei codici del notebook: quale organo istituzionale ha il potere legislativo? Quando e su quali basi nasce il naturalismo nelle arti? Di che colore è il legno chiamato ebano? Qual è la capitale del Senegal? E della Siria? Quali erano, per vie generali, le politiche interne ed estere dei regimi fascisti europei della prima metà del XX secolo? “Innocua” si scrive con la c o con la q?

No, non sto dicendo che chi non sa queste cose debba vergognarsi: sto dicendo che dovrebbe aver voglia di attivarsi per saperle, tanto più che oggi l’accesso alle informazioni è molto più immediato, democratico ed economico rispetto al passato. Perché queste cose, e quelli che ho fatto sono solo esempi, sono quelle che definiscono la storia e la cultura dell’umanità di cui facciamo parte, le coordinate geografiche in cui viviamo, l’ambiente tra cui traiamo aria, acqua e alimento, cioè le necessità primordiali, e la lingua in cui ci esprimiamo, cioè il primo mezzo di comunicazione. Sono quelle che ci definiscono come individui e membri della società. Perché tante e tanti di noi continuano allegramente nell’ignoranza di troppi di questi aspetti, mentre chi non conosce i tecnicismi informatici dovrebbe sentirsi scemo? L’informatica è una risorsa utilissima, anzi indispensabile: ma chi ne è appassionato e vi ha dedicato i propri studi deve poter esercitare la propria professionalità senza che il suo lavoro sia svalutato dal dilettantismo degli utenti che si improvvisano esperti; e poi, francamente, urge una revisione della scala di priorità delle conoscenze, nella definizione del bagaglio culturale di ciascuno di noi, e attenzione: non per una questione di “nobiltà” delle materie, ma per un’altra discriminante, che si chiama libertà. Avere una cultura anche media in termini di storia, geografia, lingua, agricoltura, medicina e scienze, filosofia, letteratura e arte, può davvero rendere un essere umano libero dalle varie dittature dei fondamentalismi, del mercato, della finanza, del pensiero unico, dell’omologazione, della politica disonesta; conoscere i misteri dell’informatica può rendere liberi solo dall’appuntamento con il tecnico informatico. Che a volte può anche essere una conoscenza interessante, quando non se ne sa fare a meno…

Maria Serena Felici

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