Metropolitana Storia di una ordinaria corsa sulla Metro di Roma

Ore 8,20 il telefono fa un trillo, è arrivato un messaggio e il messaggio dice: Arrivato.
È mio padre.
Ho 37 anni e mio padre passa a prendermi più o meno tutte le mattine, prende la
metropolitana anche lui per andare a lavorare, quindi andiamo insieme.
Abitiamo poco distanti l’uno dall’altra allora meglio spostare una macchina sola.
Sì perché abitiamo in periferia, a Roma, e la periferia a Roma è bella grossa, la
metropolitana non arriva dappertutto.Per la precisione io, ma anche mio padre, sono nata e cresciuta a La Romanina,
borgata, periferia sud-est della Capitale, alle pendici dei Castelli, vicino Frascati
quando lo spieghi a un romano, vicino Cinecittà quando lo spieghi a un pistoiese o
un americano.
Da casa mia alla metro c’è meno di un chilometro di strada ma arrivarci a piedi se
non è impossibile è da pazzi, una specie di roulette russa tra le macchine, bisogna
superare due rampe di accesso al GRA e una in uscita, la biforcazione della
Tuscolana, gli autobus, i motorini, le macchine, la pioggia di fuoco e ghiaccio,
l’invasione di locuste, insomma roba da affrontare almeno a metà giornata.

Esco, sempre di corsa, e andiamo ad Anagnina, naturalmente a quest’ora il posto
nel parcheggio multipiano (gratuito per i possessori di tessera Metrebus) nemmeno
lo cerchiamo, la macchina la lasciamo al parcheggio esterno, 1,50 euro per tutta la
giornata, 2 euro perché 50 centesimi li lasciamo di mancia al ragazzo che si occupa
del pagamento, non so da dove venga, non è italiano e sta lì tutti i giorni dall’alba,
col sole o con la pioggia.

Oggi è mercoledì e il mercoledì non c’è speranza, la metropolitana a quest’ora è
piena, passiamo i tornelli, arriviamo alla banchina e ci uniamo ai pellegrini polacchi
col fazzoletto giallo, oggi è mercoledì, c’è udienza papale.
La tattica è precisa, affinata in anni e anni di esperienza, ci si posiziona in testa e si
aspetta a ridosso della linea gialla, in un punto preciso perché il treno apra la porta
proprio davanti a noi, all’apertura si entra ratti e furtivi con un solo obiettivo: i due
sedili sul lato destro, uno dei quali deve essere vicino alla porta, sì perché altrimenti
mio padre a Barberini non scende. 17 fermate per mio padre, 21 per me, io scendo
a Ottaviano.

Tutto procede abbastanza bene fino a Colli Albani, insomma finché nel vagone c’è
un po’ di posto, da Furio Camillo in poi bisogna trattenere il respiro, io cedo il posto
a una signora anziana (continuando a pensare che poteva pure usci’ tra un’oretta e
non je sarebbe successo niente), mio padre si alza appena si accorge di una
ragazza incinta.
Per fortuna ho messo i tacchi, questo aumenta le mie possibilità di appendermi da
qualche parte anche se comunque non potrei cadere a terra, dovremmo farlo tutti.
A San Giovanni cominciano a scaldarsi gli animi e non è solo San Giovanni ad
essere tirato in causa, meno male che i pellegrini sono stranieri.
A Termini è il delirio, il treno quasi non riesce a raggiungere la banchina, la gente
dentro spinge per uscire, da fuori la folla è assetata di sangue, vuole un posto, a
qualsiasi costo.
METROPOLITANA
All’apertura delle porte si verifica uno strano stato entropico, non può succedere
nulla ma all’improvviso qualcuno riesce a uscire, rompe l’equilibrio e salta fuori
l’immancabile burlone che urla: se vi stringete un po’ c’entriamo tutti.
Ciccio, c’è gente che non respira da Ponte Lungo, infílate ma non di’ niente se vuoi
salva la pelle.
Da Termini in poi è tutto in discesa la gente continua più o meno solo ad uscire,
saluto mio padre e mi godo la metro che sbuca fuori tra Flaminio e Lepanto, ogni
volta Roma mi sorprende e mi fa sgranare gli occhi.
Sto per arrivare a Ottaviano, sono le 9,40 e il telefono trilla di nuovo, è Francesca,
la mia socia, lei viene a piedi, beata, abita a cinque minuti da studio.
Ah, che diceva il messaggio? Niente, eccolo qui:
Scusami stamattina è un casino, arrivo un po’ più tardi 🙂
METROPOLITANA
METROPOLITANA

Flavia Leuci

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