Partiti, Potere e Rappresentanza: alcune riflessioni

Capita di sentire sempre più spesso affermare che i Partiti sono superati a causa di una irrecuperabile deriva morale o di una mutazione sociale che li rende inadeguati, addirittura  che la stessa “forma partito” sia superata.

Al fine di capire come questi giudizi siano maturati, bisogna osservare come, sin dall’inizio degli anni ’90, si è assistito ad una progressiva de-ideologizzazione dei partiti, i quali hanno rinunciato a sistemi valoriali organici. Le destre, assumendo il modello Berlusconiano di partito, hanno realizzato questo processo attraverso un’azione politica incentrata su temi non-politici, che funzionano da catalizzatori di consenso semi-inconsapevole; le sinistre, basando la propria azione più che altro sull’anti-Berlusconismo, hanno smesso di promuovere sistemi alternativi di società spostando la propria attenzione dalla difesa dei diritti sociali alla difesa dei diritti civili. Sembrano aver dimenticato le proprie origini storiche, ma crediamo che vada fatta un’analisi più radicale.

Lo svuotamento ideologico, lo scadimento della classe dirigente e la crisi di rappresentatività dei partiti vanno, a nostro avviso, individuati nella perdita di potere degli stessi nelle istituzioni Repubblicane. Per quanto forte possa sembrare questa affermazione, una valutazione approfondita del partito non può prescindere dal ruolo assegnatogli all’interno del sistema parlamentare: “art.49 tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La capacità di determinare la politica nazionale è una condizione imprescindibile per dare significato sostanziale a questa istituzione.

A dimostrazione di quanto sopra, grazie alla rappresentatività dei Partiti e alla loro azione, tra il 1948 e la fine degli anni ’70, l’ Italia fu attraversata da un imponente avanzamento sociale ed economico, tanto da renderla il quinto paese più industrializzato del mondo. E’ dall’inizio degli anni ottanta che la Politica italiana mostra un costante calo di autorevolezza e non riesce più a proporre paradigmi culturali capaci di rappresentare le istanze di progresso economico, culturale e sociale presenti nella società. E’ ragionevole pensare che, a partire dall’inizio degli anni ottanta, sopraggiunsero condizioni che vincolarono l’attuazione di queste istanze, relegando la Politica all’amministrazione meramente contabile di decisioni prese altrove e marginalizzandone il ruolo. Il difetto di rappresentatività dei Partiti deriverebbe quindi dal fatto che essi non possono più accogliere le istanze provenienti dalla società poiché non danno alcun posizionamento su un fronte politico che è di fatto pre-stabilito.

In questa logica, se non è possibile sostenere determinate opzioni sociali, il massimo che la politica può produrre è una mediazione tra le istanze provenienti dalla società e vincoli posti da terzi. E’ nostra opinione che il nostro intero sistema politico sia stato assorbito all’interno di una altro sistema, antagonista nei principi e nelle finalità della Repubblica, e lo Stato sia stato privato di iniziativa in materie chiave quali la regolamentazione del mercato e la discrezionalità sulle politiche monetarie e fiscali. I partiti maggiormente rappresentativi di quella parte antagonista, sono stati decurtati della loro capacità di determinare politiche in contrasto con le direttive della nuova galassia: l’Unione Europea.

I trattati europei hanno reso quei partiti inutili e impotenti determinandone una reale crisi di potere. La forma partito in questo contesto è effettivamente superata, perché non conta nulla. Né conterebbero eventuali forme alternative, liquide o multilivello. L’unico luogo legittimo dove esercitare il potere democratico è il Parlamento nazionale, poiché, a livello europeo, ci sono luoghi di partecipazione e discussione ma non di potere effettivo. Il Popolo è Sovrano nella Repubblica, come svelò Giuliano Amato nel 2000 su La Stampa: “denudando gli Stati Nazione della Sovranità questa non trasloca ai piani superiori. La verità è che il Potere Sovrano, spostandosi, evapora. Scompare”.

Ma questo era chiaro a molti fin dall’inizio degli anni ‘70 e, per esempio, i dibattiti politici avvenuti in occasione dell’adesione dell’Italia allo SME lo testimoniano. La  Corte Costituzionale stessa, chiamata a rispondere sulla legittimità della firma del Trattato di Roma, dichiarò che questo non poteva implicare la violazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione (Sentenza CC 183 del 1973*). Ebbene, l’interpretazione “aberrante” cui fa riferimento, si è manifestata in tutta la sua concretezza e pervasività all’interno del sistema paese con norme e principi, che hanno  stravolto il modello sociale che era il risultato del processo costituente. Questo nuovo modello è il risultato di trattati che non sono stati decisi in modo collettivo né democratico, ma sono stati calati dall’alto.

E’ necessario ristabilire il concetto di Partito come strumento di partecipazione dei cittadini per concorrere a determinare la Politica dello Stato ribadendo che essi, e solo essi, la possono determinare. La selezione della classe dirigente interna dovrà essere fatta, ma avverrà in modo quasi automatico, data la gravità che un tale impegno comporta in un contesto tanto complesso e drammatico, tra coloro effettivamente in grado di affrontare  con responsabilità e competenza il governo del Paese.

Un partito oggi che voglia davvero rappresentare, difendere e promuovere gli interessi dei propri cittadini riparte da questo assunto cardine, che non ammette ulteriori cedimenti di potere ad interessi altri, né giustificazioni oltre il ragionevole senso del pudore, intellettuale e morale.

Chiara Zoccarato e Gian Luca Eusebi Borzelli

Rispondi