Il pre-giudizio della normalità: quando le parole diventano frontiere Monologo scritto e interpretato per l’iniziativa creata da Luciano Parisi “Caro Amico Ti Scrivo” Artisti Uniti contro l’HIV

“Era ottobre del 1985 e mi apprestavo a fare la cresima quando la tv annunciava la morte dell’attore americano Rock Hudson. Avevo 11 anni e per la prima volta sentì parlare di Aids. Rock Hudson era molto bello, virile, bianco, così american style ed etero che pareva impossibile crederci. Ricordo i commenti: “un vero peccato, tanta bellezza sprecata per un ricchione, uno di quelli”. La morte dell’attore venne intrecciata alla sua omosessualità come fossero causa-effetto, complice anche averlo tenuto nascosto al pubblico. L’immagine del diverso, del male oscuro, nascosto, vissuto in segreto soprattutto da chi “infetto”, fece da inquadratura principale. Iniziò così il cancan mediatico che spulciava morbosamente nelle vite private, famose e non, fino a spogliarle dei sentimenti e delle scelte fatte per offrirle sotto i riflettori dei tabù. Come diceva lo spot degli anni 90: “L’aids non si trasmette conducendo una normale vita di coppia (…) è meglio evitare rapporti occasionali con persone appena conosciute. Aids: se lo conosci lo eviti. Se lo conosci non ti uccide”.

E allora, come accade in questi casi, la parola prende piede, i media la rimbalzano, si moltiplica, tutto e il contrario di tutto, religione e scienza, laicità e convezioni. Le parole diventano oggettive, morale, si fanno immaginario, sono plurale e singolare, sono il lampo che ti abbaglia. Ma sono anche la cruna di un ago e il cammello che s’incaglia. Il nemico da scovare, da demonizzare, da narrare sul filo spinato della normalità. Come in un assemblaggio con i Lego il discorso coerente e scientifico si compone deciso, autorevole, istituzionale, fregiato di nobel: l’aids si prende scambiando un bacio con chi infetto! E diventa la cassa di risonanza di opinioni certe, giudizi insindacabili, paure arcaiche. Ma una verità non basta così si snoda e ne appaiono due, tre, quattro, tutte confutabili, tutte possibili, tutte ipotesi. Intanto, il conflitto è partito, le parole e le teorie viaggiano spedite e verosimili, preconcetti e contrapposizioni.

Altro giro di luna e la storia si ripete. Quando ero appena adolescente, negli anni 80, ricordo che nei confronti di chi praticasse scelte sessuali e di amore diverse rispetto alla coppia “tradizionale”… che poi a pensarci bene la parola tradizionale non è che di per sé sia una bruttura, una jattura, è anche una bella parola, se non fosse che la usiamo come muro anziché volarci sopra come fosse un aquilone! Comunque, dicevamo. Chi faceva diversamente era visto in due modi: “ricchione o sensibile”. Bisogna dire che mi riferisco soprattutto agli uomini perché in quegli anni forse era inconcepibile che anche le donne potessero amarsi fra di loro, poiché non le vedevo e non se ne parlava, punto! Pertanto anche l’ensemble di battute riguardavano prettamente i maschi. Io sono cresciuta in un ambiente in cui rappresentava l’insulto peggiore per un ragazzo in erba. Il marchio di fabbrica: sti ricchiuni di merda! C’è da dire che vivo in un paese dove il Pci espulse l’invertito Pasolini per indegnità morale. Io sono pugliese, ma non è che a Roma non ascoltassi frasi del tipo: “meglio un figlio drogato che froscio”. Un’amica di mia zia con prole lo disse, mia madre ne fu scioccata. La versione sociale più docile, invece, voleva che gli uomini gay fossero molto sensibili, delle anime pie quasi. Portatori sani di lacrima facile, raffinatezze, shopping e grandi firme, gravidanze isteriche, esclamazione tipica: una femmina mancata! Ma portatori anche di sofferenza, emarginazione, solitudine. Et voilà, lo stereotipo è servito, per tutti sia chiaro. Per me donna che sono docile e isterica e per te uomo, che sei ‘nu femminiell’. Poi crescendo mi sono accorta di alcuni aspetti semplici se volete, aspetti “normali”. E cioè che i marchi di gay, eterosessuali, lesbiche, bisessuali, siamo noi: bravi e brave, stronzi e stronze, felici, geniali, e così via. Insomma, siamo tutte persone che vivono, semplicemente. Le definizioni sono fittizie, sono orticelli da vendere e io non ne posso più del mainstreming e delle strategie di mercato sulla mia identità. Ho scoperto anche che la libertà è questa, sapere che sono io in quello che faccio. Dall’altra, questa è la mia responsabilità: costruire la mia vita, il mio amore, le mie relazioni. Il mondo passa anche da me. Io voglio solo imparare ad amare e ad essere amata. Le frontiere, sono fatte per essere scavalcate.”

Silvia Del Vecchio

Rispondi