Presidenziali americane, a chi parla oggi il prossimo presidente degli USA?

Per quanto si possa dire di questa campagna elettorale per le presidenziali USA 2016, la principale differenza con le precedenti è, in misura quasi allarmante per noi europei, la pressoché assente o secondaria questione sugli equilibri internazionali.

È un frutto sia del generale percettibile disinteresse della working class americana, che ormai è davvero convinta di avere alle spalle Afghanistan e Iraq, sia della crescente consapevolezza che Isis in realtà sia destinata all’estinzione, ad opera delle stesse nazioni in cui si è sviluppata.

Il prossimo presidente USA non parla certo più all’americano internazionalizzato, e per certi versi imperialista.

I rigurgiti della Russia di Putin non sono presi sul serio: semmai, lo spionaggio informatico è più visto come un problema di adeguatezza di NSA e CIA.

Quel che attiene alla sensibilità attuale dell’elettore americano è, sempre più, il riflesso di ogni questione sulla spesa pubblica e sull’economia interna. L’americano di oggi guarda al suo portafoglio, in

cui accanto alle operazioni di sostegno alle economia di stati depressi come Michigan e Indiana, vi sono i debiti di guerre sostenute con debiti estesi alla terza generazione a venire. Al punto che anche il sostenere una accresciuta spesa sanitaria nazionale è oggetto di contesa.

La diretta conseguenza della campagna di Trump è invero stata il portare all’estremo questa percezione, un merito che è male accompagnato dalla proposta multiforme di protezionismo in ogni campo: zero immigrazione, uscita da ogni trattato economico o militare senza oneri imposti ai paesi terzi, detassazione delle grandi corporazioni a presidiare massivamente il mercato interno.

In questo, l’americano medio, che ancora esiste negli stati chiave come Ohio e Florida, che ancora s’industria ad emergere negli stati a maggior peso politico come New York e California, ha immediatamente guardato alla proposta della Clinton come un’ancora di salvezza da condizioni prevedibilmente aggravate.

A dirla tutta, la questione razziale impostata da Trump come corollario alle sue tesi economiche ha dato il colpo di grazia a tale polarizzazione, già sensibile sul piano dell’economia domestica. La sua conclamata

inettitudine al business vero, combinata con la reputazione dell’economia delle due presidenze di Bill Clinton e Barack Obama, ha scavato un solco incolmabile nell’opinione pubblica degli stati determinanti.

I sondaggi oggi già indicano con chiarezza una scelta pro-Clinton.

La ragione non è la mancanza di invincibile retorica obamiana o il fortissimo personal appeal del marito, ma la capacità di Hillary Rodham Clinton di attrarre a sé l’elettorato che da sempre determina la bilancia: la cittadinanza attiva ed emergente, i voters con visione estremamente pragmatica delle scelte nazionali.

Questo ha fatto emergere un protagonista relativamente nuovo alla sociologia americana: l’estremista depresso. Ciò che in Europa è rappresentato dai populismi, è ora ben aggregata da Trump attraverso

gruppi che vanno dai neonazisti delle Rocky Mountains ai simpatizzanti texani delle milizie segrete. Minoranze, certo, ma significative abbastanza da rappresentare un embrione politico di un possibile quarto partito distaccato dal tradizionale Republican Party.

L’elettore degli Stati tradizionalmente repubblicani non mostra particolare convinzione nel sostenere il candidato Trump. Non lo riconosce come proprio: lo considera oltre l’outsiderism, come un candidato di risulta per un partito incapace di generare veri amministratori da troppo tempo.

I temi principali di questa elezione li ha falliti sostanzialmente tutti: l’immigrazione è una risorsa essenziale per gli USA, non solo la loro identità ma la vera forza generatrice di produzione e le città popolate da profughi che lavorano alle catene di montaggio di Ford o GM sono considerate una ricchezza insostituibile da quegli elettori. La pianificazione economica-finanziaria di Trump fa semplicemente ridere qualunque impiegato di qualsiasi corporazione americana, che pure dovrebbe esserne attratta per via dei massivi tagli fiscali. E l’americano medio sa cosa vuol dire pagare sempre e regolarmente le tasse: guai a promettergliene di più oggi, passandolo come l’ennesimo regalo a e lite ricchissime che mai faranno ricadere tale vantaggio sull’economia reale che l’americano della Florida o dell’Ohio sostiene.

Basta costi di guerra, basta spese militari eccessive nonostante la crisi siriana. Russia e Iran sono paesi le cui relazioni col mondo sono oggi più sicure o almeno meno impegnative finanziariamente di otto anni fa: Trump segna un autogol nel sostegno a una maggiore spesa militare, nel modo di vedere le cose più standard oggi non si può chiedere più soldi per i militari quando in gioco c’è il futuro dei costi universitari o della detassazione delle imprese emergenti, il successo della copertura sanitaria di un numero sempre maggiore di cittadini oppure la sicurezza interna e i suoi costi.

Il debito pubblico nazionale USA oggi è il maggior argomento di discussione. Certo non è visto come l’effetto delle politiche obamiana, che invero lo hanno riqualificato e predisposto alla progressiva riduzione. Altrettanto certo è il crescente senso di competizione perduta contro Cina e paesi sudamericani riguardo alle manifatture, da sempre il maggior sostegno alla platea fiscale interna che sostiene il debito. Molti americani hanno peculiare attenzione oggi alla pianificazione del debito, nella luce di quanto immaginano sia necessario per il loro spesso business privato, ormai lontanissimo dalle follie monetaristiche pre-2008.

È su questo punto che la proposta della Clinton riscuote la maggiore adesione: non fa mistero di riqualificare in senso progressista la tassazione federale, anzi intende investire nelle aree e nelle fasce

socio-economiche più in grado di aumentare quella platea fiscale. La Clinton tratta il debito con gli stessi crismi di un debito familiare, staccando il pluri-bancarottiero Trump sulla concreta capacità di gestire un debito.

Il presidente degli USA nel 2016 parla a un americano responsabilizzato verso la sua situazione debitoria.

I diritti individuali delle donne sono un tema residuale ma posto molto in gioco in questa elezione: la piattaforma punitiva e repressiva di Trump, seguendo l’oltranzismo religioso americano tipico degli Stati

centro-meridionali noto come la “Bible belt”, ha di fatto schierato la popolazione votante femminile -incluse molte rappresentanti del partito repubblicano, e le tante celebrità femminili dello stardom americano- per la Clinton, che in più ci ha aggiunto il carico delle politiche a sostegno della famiglia, da sempre un suo dominio esclusivo anche nel contesto dei democratici americani.

Di fatto, non c’è oggi un’area degli Stati Uniti d’America dove la Clinton non sia percepita come il reale presidente degli USA. Dall’Alaska al Nevada, dalla California a New York, la domanda di pragmatismo e stabile progresso senza sorprese sgradite è il discrimine nella scelta del candidato, insieme al desiderio di allontanarsi sempre più da un decennio di crisi economica mia vista prima.

Ma questo elemento non viene però percepito senza timore negli stessi votanti: se l’opponente è un oltranzista, il loro timore è l’aver consegnato la normale contesa democratica alle periferie della civiltà americana, dimenticando il dato tipico della predominanza del centro “bianco e benestante” nella vittoria delle elezioni USA. Timore che troveremo meglio evidenziato nelle elezioni per il Congresso, nella risoluta richiesta dei cittadini americani di evitare ad ogni costo un blocco del governo del paese nel modo in cui ciò è avvenuto due anni fa, grazie a senatori repubblicani pienamente ricettivi delle tesi oltranziste della ultradestra.

Oggi, la differenza la fa il sostegno alla sicurezza sociale dei prossimi quattro anni, percepito dall’americano del secondo decennio – un americano che non è più bianco.

(C) 2016 Adriano Romano

 

Adriano Romano

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