Il vero merito del Referendum è tutto politico e ha a che fare con l’idea di democrazia

Il vero merito del Referendum è tutto politico, come del resto è ovvio, e ha a che fare con l’idea di democrazia: repubblicana e parlamentare quella in cui crediamo noi, plebiscitaria e leaderistica quella che Renzi ci prepara, con l’aiuto soprattutto della legge elettorale, rafforzando i trend evolutivi già oggi presenti.

Aggiungo che di per sé una riforma costituzionale è una delle più basse priorità di una politica di sinistra (se è da 20 anni nel programma della sinistra è perché questa ha ceduto al neoliberismo su tutta la linea, compresa l’esigenza primaria di governabilità).

Per velocizzare il processo legislativo (ma non c’è n’è bisogno alcuno: volendo, siamo velocissimi) basta una revisione dei regolamenti di Camera e Senato. Semmai, la vera priorità è dare attuazione alla Costituzione vigente, da anni ridotta a mero “flatus vocis” (si pensi al conflitto fra l’art. 3 e la pratica disegualitaria del neoliberismo). Renzi insegue la riforma perché sperava di vincere il referendum, e di trionfare come dominus della politica italiana, ma in realtà sa bene che è solo una questione simbolica. È infatti ha preparato una legge elettorale uguale al Porcellum, e una revisione costituzionale assurda e inconcludente.

Bisogna votare No perché questa riforma costituzionale (e ci metto dentro anche la legge elettorale, che dal No verrebbe disattivata – punto molto importante – ) è come il jobs act: non cambia la sostanza delle cose, e mentre dà l’illusione di migliorarle, in realtà le peggiora (infatti, l’unica vera variante rispetto al presente è l’esclusione del Senato dal circuito della fiducia, che è un bel regalo all’esecutivo).

È l’ennesimo ritorno del gattopardismo: non è vero che questa è l’ultima occasione per cambiare l’Italia ma è semmai l’ennesima occasione persa, ed insieme è il pretesto per peggiorare le cose.
Renzi non cambia verso, ma anzi rafforza l’esistente e non lo cambia per nulla.
Renzi fa lo stesso che aveva fatto Berlusconi: solo, essendo più furbo, non tocca formalmente la forma di governo parlamentare e passa sostanzialmente al premierato (poiché di questo si tratta) con una sorta di divisione del lavoro fra la revisione costituzionale e la legge elettorale.

Contro questa riforma che asseconda e rafforza i cambiamenti negativi già venuti (già oggi grazie all’Italicum viviamo in una specie di premierato) la Costituzione del 1947 va attuata nella sua sostanza politica progressista, con un ritorno alla centralità del Parlamento e dei partiti, cioè della partecipazione, e con l’abbandono delle illusioni semplicistiche del plebiscitarismo.

*Carlo Galli, Messaggio alla V Assemblea nazionale del Network per il Socialismo europeo

Carlo Galli*

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