Ridurre la Costituzione a carta straccia e legittimare con il plebiscito il regime del capo

E’ un referendum, ma conta molto più di una elezione politica. Già il merito, non solo tecnico, della riforma è di una rilevanza senza precedenti. Una minoranza del 25 per cento, che impone la manipolazione di ben 47 articoli della costituzione, rappresenta uno strappo profondo. Il governo compie un gesto irresponsabile di portata storica. E’ inutile girarci attorno.

Colpisce per questo la insensibilità immensa di molti vecchi esponenti della sinistra, da Napolitano a Macaluso, da Veltroni a Violante, da Fassino a Bassolino. Costoro fanno il tifo per Renzi e non si indignano dinanzi al fatto crudo e amaro di un partito di minoranza che decide di fare ciò che crede della Carta. Hanno così dilapidato il senso profondo del costituzionalismo che per loro è del tutto lecito e normale innovare in questo modo. Davvero si può cambiare in punti nodali la costituzione procedendo con la semplice arma persuasiva del premio di maggioranza regalato dal Porcellum?

Qui bisogna essere molto chiari. Anche se le nuove norme fossero oro, e la qualità della manutenzione strutturale risultasse eccelsa, il semplice fatto che a decidere di trasformare le regole costituzionali sia stata una forza con appena il 25 per cento dei voti basterebbe per inorridire dinanzi al precedente cupo che si immette nella storia della repubblica. Un ceto politico con un briciolo di dignità culturale, e provvisto di un senso della tragicità che sempre accompagna la politica, dovrebbe convivere con le ombre del rimorso per l’avallo fornito a un atto così sciagurato ed evocativo.

Fu Veltroni a inaugurare la stagione triste delle riforme costituzionali a colpi di maggioranza. Impose il nuovo titolo quinto (all’insegna della devoluzione, del federalismo) e con il referendum cercò la conferma alla forzatura parlamentare. Non pago, ora sostiene (e accanto a lui un altro fervente federalista come Cacciari che sognava un partito del nord), la riforma di Renzi che si vanta di aver imposto una ri-centralizzazione di sapore statalista. Un minimo di decenza non guasterebbe.

Un referendum come quello imposto dal governo (che ha fatto le riforme con le aule deserte e ha poi raccolto le firme per la consultazione!) è un atto estremamente divisivo, mentre la costituzione è una carta dei valori fondamentali il cui significato storico è proprio quello di fornire le basi dell’unità politica di un popolo. Il Pd strappa la Carta come bene pubblico e riferimento comune per inseguire un calcolo di potenza del proprio leader.
Con il plebiscito del 4 dicembre Renzi cerca non solo la conferma della sua manipolazione costituzionale, ma anche (il giro per le fabbriche, assieme al mentore Marchionne, ha proprio questo rilievo simbolico) il sostegno ex post all’abolizione dell’articolo 18, alla imposizione della precarietà come destino di chi lavora, alla deriva padronale-autoritaria della buona scuola, alla privatizzazione della sanità. Non risparmia mezzi. E l’abbraccio con il governatore De Luca, che suggerisce ai sindaci di approfittare del fiume d’oro in arrivo e di spremere gli operatori nel campo sanitario per spingere i dipendenti a votare sì, non è un incidente di percorso.

In nome della necessità di edificare un argine al populismo in agguato, il Pd autorizza la banalizzazione della costituzione, ridotta a carta straccia, e organizza il plebiscito che dice si o no al regime del capo. Come se proprio la personalizzazione del referendum non fosse il tipico ritrovato del populismo di governo che procede con le prove di sovversivismo dall’alto. Per questo il referendum conta più di una elezione e le forze che rifiutano di consegnare la costituzione all’oblio non possono permettersi di perdere. Proprio in un mondo oscuro, che vede l’irrompere di Trump, di Erdogan, di Le Pen, rinunciare alla normatività della costituzione è una grande follia.

Michele Prospero

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