Roma: la Grande Bellezza e la Grande Puzza A Roma funzionavano più istituti di assistenza di quanti ce ne fossero in tutta la ricca e civile Inghilterra liberale

Sarebbe bello e gioverebbe a tutti – riducendo l’insofferenza e i fastidi dei non romani che ignorano l’autentica identità originaria di Roma, che è ibrida, meticcia e “bastarda” – se si abolisse dal nostro linguaggio il termine “etnico”. Non significa niente. E denota solo la detestabile nostalgia di molti – tutti ignoranti – per la parola “razza” che, di per sé, significa anche meno.

Nel nulla che corrisponde a queste parole vuote non ci sono riferimenti olfattivi. Etnie, popoli, tribù, nazionalità, appartenenze locali come tali non puzzano. Nessuno puzza perché nato qua, o là. Non puzza il dna, non puzzano i cromosomi, non puzzano i geni. Puzza chi non si lava. Invece tutti sanno – non solo liberali, eruditi, “sinistrorsi” – che tra gli uomini di tutte le origini, le nazionalità e i gruppi, una predisposizione alla puzza esiste e si chiama miseria.

Quando qui a Roma si dice di qualcuno che “si puzza di fame”, si parla dei poveracci (immigrati, barboni, baraccati, manovali, nomadi con o senza roulotte, disabili e vecchi con nessuna o poca assistenza, malati, domestiche o badanti straniere con impegni eccessivi, madri con troppo lavoro a carico) che non sempre ci riescono a fare due docce al giorno, a trattare l’alito con dentifricio e collutorio, le ascelle con il deodorante neutro che copra il sudore, però non profumi – per non ferire il nasino degli ipersensibili – oltre a un balsamo al lichene della Lituania del sud per dare aria alle chiome.

Il problema (specie per chi si finge romano dicendo “namo”, “famo”, “dimo”; per chi si finge romano scoprendo piazza del Popolo e per chi si finge romano credendo di conoscere storia e cultura di Roma) è che ad avvelenar il clima sono coloro che si infastidiscono e si scandalizzano per la Puzza della miseria, della emarginazione, della esclusione. Ed ovviamente, non sentono la loro. Ma vorrei spiegare ai non romani che sanno poco o nulla delle sontuose architetture rinascimentali, barocche, settecentesche che inorgogliscono noi romani, che quegli artistici volumi e quelle masse monumentali stanno lì per rappresentare/significare qualcosa.

Archi, colonnati, cupole, scalinate, obelischi e prospettive sono state costruite a testimonianza e a gloria della Carità Romana. Era quella una missione, un sogno, una filosofia, un’ideologia ispirata dal Cristianesimo e molto più antica – se è vero che la parola “Roma” viene dall’etrusco mammella e si riferì prima all’allattamento poi alla nutrizione del mondo – sintetizzabile in due concetti: sfamare i poveri (e quindi accoglierli e assisterli come fratelli) e chiedere a Dio il perdono per non sapere cancellare dal mondo lo scandalo della miseria.

Non a caso in quella minuscola Roma – che per i viaggiatori esteri dell’epoca puzzava di broccoli e di piscio, di muffa, acque reflue e marciume – funzionavano più istituti di assistenza e sollievo (ospedali gratuiti, orfanotrofi, ospizi, ricoveri, cronicari) di quanti ce ne fossero in tutta la ricca e civile Inghilterra liberale. Solo un non romano può contrapporre la Grande Bellezza dell’arte monumentale alla Grande Puzza degli esclusi. Sono la stessa cosa, perché una è ispirata dall’altra e la consola. Da sempre, Roma è Puzza e Bellezza.

Consiglio quindi ai non romani di imparare presto a tollerare e a perdonare la prima (soprattutto se non hanno tempo per la solidarietà, il volontariato, l’impegno sociale) e di riuscire a godersi la seconda ricordando che cosa testimonia. C’è la Grande Bellezza perché a Roma la Puzza di miseria può diventare valore e che su quel valore (sacro come il magistero di Pietro, profano come la Pietas di Enea, laico come l’animus solidale di Nathan) è stata costruita Roma. Sono nato in questa città e mi dispiace che non tutti ne conoscano, ne capiscano, ne ri-conoscano la vera Grande Bellezza, che da sempre le dà un ruolo nel mondo: il rispetto per i poveri, la tolleranza solidale, il Diritto d’asilo per esuli e fuggitivi, su cui Romolo costruì la città dal nulla e – con la sua Grande Bellezza e la sua Grande Puzza – ne fece la capitale del mondo. Caput Mundi. Roma Capoccia.

Fabrizio Venturini

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