San Basilio, è razzismo o è paura? Povertà, disagio, precarietà. Un Paese ferito e lacerato scatena guerra tra chi ha bisogno.

7,2 milioni di italiani non possono permettersi un pasto adeguato ogni due giorni. Sembra un estratto da un quotidiano dell’immediato dopoguerra e invece sono dati pubblicati dalla Coldiretti il 6 dicembre 2016. Nella capitale, le zone in cui maggiormente si concentra questa fascia di popolazione povera sono alcune periferie ove regnano la criminalità e il degrado; tra queste, c’è San Basilio, quartiere di estrema periferia del quadrante nordest, tagliato fuori dalle linee metro e ferrotranviarie. Migliaia di romani non sono mai stati a San Basilio: chi non vi abita, a meno di non lavorare in zona o di non dover andare a trovare qualche amico non ha motivo di andarci, perché non ci sono uffici, né poli commerciali di qualche interesse; né, manco a dirlo, cinema, teatri o siti culturali di qualsiasi tipo. Però ci sono i centri scommesse: e se ci si va la domenica pomeriggio, come ho fatto io, è abbastanza allarmante l’atmosfera che si respira davanti a quegli esercizi, che sono gli unici aperti e davanti ai quali si radunano uomini e donne che in bocca hanno pochi denti e negli occhi tanta sofferenza. Uomini e donne che dimostrano troppi anni rispetto alla loro età,

perché per loro il tempo ha la durata di giornate interminabili passate alla ricerca di un lavoro; o di una partita di coca da smistare o di una banca da rapinare, quando quello non arriva. E oggi non arriva. A San Basilio, l’erba dei prati non viene tagliata quasi mai e i murales sulle pareti dei palazzi e della parrocchia dimostrano un’ostinata quanto irrealizzata voglia di una vita normale.

Qualche giorno fa, alcuni residenti hanno detto di “non volere negri” nel loro quartiere, dopo che a un nucleo familiare di marocchini con tutti i documenti a posto era stata regolarmente assegnata una casa popolare. Una frase razzista, che, proprio come il dato Coldiretti, sembra appartenere a un passato oscuro, magari come quello in cui nelle abitazioni del nord Italia campeggiava l’avviso: “Non si affitta ai meridionali”. Una frase che forse è stata fomentata da organizzazioni politiche neofasciste come Forza Nuova e CasaPound, che oggi stanno aizzando una guerra tra poveri italiani e poveri stranieri sui temi del lavoro e delle abitazioni. Una frase che a me, esterofila per formazione ed esperienza, fa rabbrividire. Ma se si vuole realmente capire le cose bisogna sapere come nascono; e questa frase dove nasce? E dove nascono le tante frasi simili che oggi vengono pronunciate in tutto il paese? Certo, episodi di razzismo capitano anche in zone non particolarmente disagiate, e anche da parte di persone con un livello di vita migliore degli abitanti di San Basilio; ma quando la disoccupazione cresce e il bacino di povertà si allarga a macchia d’olio, quando i governi rispondono ai diktat dell’alta finanza precarizzando quel poco lavoro che c’è, la gente ha paura di perdere tutto da un giorno all’altro. No, il razzismo non è giustificato, mai. Ma, come ogni grande problema, va analizzato se si vuole cercare di risolverlo. Le persone che vivono male o che temono di vivere male hanno troppa rabbia per pensare; e anche impiegare un’ora per arrivare al lavoro è vivere male; anche non poter avere figli pur volendoli per non essere licenziate o essere sfruttati dalle varie dirigenze come carne da macello è vivere male . E la rabbia è più facile concentrarla contro il più debole: più facile, ma molto più inutile. Questa inutilità, però, si può spiegare solo se si offrono prospettive a chi vive nelle periferie della società: il PD, che come tutte le socialdemocrazie riformate del mondo oggi dimostra di essere al servizio delle banche e delle grandi potenze economiche, non può farlo. Il cosiddetto centrosinistra non esiste più perché è caduto nella fossa che si è scavata da solo quando, qualche decennio fa, ha iniziato a pensare che combattere il capitalismo fosse roba retrò e liberalizzare il mondo del lavoro facendo gli interessi della grande industria – quella che non muore mai perché sopravvive grazie agli stipendi da fame a cui condanna i dipendenti – facesse molto più in. Un’altra sinistra, formata da soggetti politici, sindacali, associazionistici e singoli oggi sparsi può assumersi questo compito, a patto di presentare chiaramente una prospettiva sociale a chi oggi grida: “Via lo straniero”. Senza liquidarlo come ignorante razzista. Questa prospettiva fatta di servizi pubblici e sociali potenziati, tagliando le spese militari e tassando la ricchezza; progressività fiscale; riduzione della settimana lavorativa per aumentare le assunzioni; reddito di base per contrastare il ribasso dei salari e non bonus una tantum stile paghetta-della-nonna; politiche abitative volte al diritto alla casa e al contrasto della speculazione immobiliare. Più a breve termine, nelle zone a rischio della capitale e delle varie città bisognerà efficientare i servizi pubblici e non privatizzarli, perché nessun privato investirebbe nelle zone disagiate; incentivare il lavoro delle associazioni culturali e di tutti i centri di aggregazione soprattutto di giovani e anziani; redistribuire le ronde delle forze dell’ordine, oggi troppo concentrate nel centro storico; legalizzare le droghe, che significherebbe togliere un giro d’affari milionario alla criminalità; e tassare, tassare le sale giochi. Più di oggi, destinando i proventi anche ai Comuni per azioni di contrasto alla povertà. Se non saranno queste le priorità dei prossimi governi, locali e nazionali, i guai saranno ancora più grandi di quelli di oggi.

Maria Serena Felici

Rispondi