Sanità nel Lazio, dove stiamo andando ? (2^ puntata)

Pur rischiando di mettere a dura prova la pazienza dei lettori, credo sia doveroso tornare su alcuni punti già toccati nell’articolo della settimana scorsa e che meritano un ulteriore approfondimento.

Nell’articolo precedente oltre che mettere in luce lo stato di degrado del sistema sanitario del Lazio, degrado sotto gli occhi di tutti, si affermava che le politiche portate avanti dall’attuale amministrazione regionale, che certamente ha ereditato una situazione già pesantemente compromessa, invece che invertire la tendenza la hanno ulteriormente accentuata.

La giunta Zingaretti, una volta insediata, davanti ad un debito monstre che ha portato al commissariamento, ha dovuto dar vita ad un piano di rientro lacrime e sangue, agendo sia sulla voce costi che su quella entrate . Ecco vediamo qui su quali spalle questa manovra è ricaduta e quali spalle invece sono state risparmiate.

Prima spalla: i cittadini utenti.

Cominciamo dal versante delle entrate. I ticket applicati nel Lazio sono i più alti di Italia. Molte volte, hanno entità simile ai costi della stessa prestazione offerta dal mercato privato. Cosa che rende sempre più difficile ai settori più deboli economicamente accedere ai sevizi sanitari. Potremmo dire, usando una categoria antica, dando vita ad una sanità di classe. Nel frattempo l’input arrivato alle strutture ospedaliere è quello di spingere al massimo sulle attività di intramoenia che ormai, in molti casi, arrivano al 50% dell’attività complessiva, con l’effetto immaginabile sulle liste d’attesa ( se hai i soldi aggiri le liste d’attesa, se non li hai ti attacchi e aspetti). Sulle liste d’attesa, che sono nel Lazio un abominio, va fatto poi un discorso a parte. Servono risorse economiche  per smaltirle, serve personale, strutture. Nel Lazio accadono cose “bizzarre”, le poche risorse destinate a questo scopo sono, in gran parte, finite stranamente verso realtà convenzionate.

Proseguiamo sul versante dei costi. Per risparmiare si è proceduto ad un taglio secco dei posti letto. Cosa che spiega anche l’ulteriore aggravamento delle attese nei pronto soccorsi  (se non ho una collocazione da offrire a chi arriva al pronto soccorso, quello ovviamente aspetta). Taglio a cui non ha fatto riscontro un ampliamento dei servizi sul territorio che avrebbero nei fatti compensato la diminuzione del carico di lavoro delle strutture ospedaliere risolvendo a quel livello i casi meno gravi. Chiusura di realtà ospedaliere o declassamento di alcune di queste, talune anche di eccellenza. Lasciando così interi territori nell’abbandono e caricando al di là dell’immaginabile le strutture sopravvissute e comunque ridimensionate.

Seconda spalla: i lavoratori del servizio sanitario.

Il blocco del turnover ha raggiunto ormai livelli insostenibili. Diminuzione degli organici significa sovraccarico  di lavoro,  turni massacranti svolti in condizioni drammatiche, invecchiamento del personale, stress. Intere strutture rischiano la chiusura in un prossimo futuro  perchè, nonostante la Fornero, i lavoratori andranno in pensione e nessuno li rimpiazzerà. Certamente la questione del blocco del turnover è problema nazionale, ma le Regioni,  anche quelle sotto commissariamento, possono per esigenze straordinarie effettuare deroghe. Difatti la Regione Lazio si vanta di aver fatto ben 660 deroghe per un totale di circa 3.000 assunzioni, poi scopri che di quei 3.000 la metà erano già in servizio come precari, per cui senza aumento d’organico, e degli altri ben pochi sono stati assunti per le lungaggini amministrative.

Contemporaneamente è partito un attacco generalizzato, sul modello di quanto fatto al Comune di Roma in epoca Marino, al salario accessorio . Per cui più lavoro, turni massacranti e meno salario.

E poi spuntano i paria. I servizi in qualche modo vanno tenuti aperti e allora si ricorre alle esternalizzazioni e al precariato. Esternalizzazioni massicce che fanno fare guadagni a realtà, in gran parte cooperative, non sempre limpide, con centinaia di dipendenti, dipendenti che, pur facendo lo stesso lavoro dei dipendenti pubblici, percepiscono salari molto più bassi, hanno meno diritti, sono costantemente sottoposti al ricatto occupazionale.

Terza spalla: i lavoratori della sanità privata convenzionata.

Nel Lazio la sanità privata convenzionata ha un peso fra i più alti d’Italia, circa il 50% di tutto il sistema sanitario. Qui il peso del piano di rientro si è scaricato, se è possibile, in modo ancora più pesante sui lavoratori. I ritardi dei pagamenti da parte della Regione nei confronti delle strutture convenzionate diventano immediatamente ritardi nei pagamenti degli stipendi dei lavoratori e certamente non ritardi nella divisione dei profitti. Il tentativo di abbassare i costi genera fenomeni di dumping contrattuale, ovverosia per rispondere all’esigenza di abbassare i costi dei servizi erogati le aziende firmano contratti peggiorativi con sigle sindacali di comodo come il caso delle RSA del Lazio. Ad ogni stormir di fronde di ventilate ipotesi di razionalizzazione parte il ricatto del posto di lavoro per centinaia di lavoratori.

Per carità di patria risparmiamo di citare cosa accade poi negli appalti delle aziende sanitarie dove a furia di gare al massimo ribasso i lavoratori sono ridotti in condizione che rasentano la schiavitù. Un caso emblematico è rappresentato dai lavoratori dell’appalto delle pulizie all’ospedale Grassi di Ostia che sono dovuti salire sul tetto per protesta dopo mesi e mesi che non venivano pagati.

Ci si  dirà bisognava pur rientrare dal deficit. Sì ma perché proprio su queste spalle si doveva scaricare il fardello mentre altre realtà sono rimaste tranquille ?

Cominciamo dagli appalti. Questi vengono fatti, molte volte, con una logica che sembra premiale nei confronti della entità appaltatrice. Appalti di manutenzione che prevedono una manutenzione ordinaria come base dell’appalto ed una manutenzione straordinaria a prezzi pazzescamente  più alti assegnati alla stessa ditta. Appalti per le ristrutturazioni edilizie con tanto di inaugurazioni e poi conseguente chiusura  per inagibilità delle strutture appena ristrutturate. Appalti rispetto ai quali i controlli di corretta esecuzione  sono una merce molto rara, con l’incredibile vicenda di appalti che intervengono su appalti già eseguiti. Servizi gestiti dal pubblico che vengono  lasciati deperire per poi assegnarli ad appalti ben più costosi. E via cantando.

E poi gli sprechi. Acquisto di strumenti, a volte costosissimi, senza porsi il problema di chi li farà funzionare. Ristrutturazioni di strutture che poi rimangono chiuse per mancanza di personale. Progetti elaborati e finanziati senza porsi il problema delle vere possibilità di farli funzionare.

E poi i finanziamenti ai privati. Si privati che si vedono elargire finanziamenti a scapito delle strutture pubbliche.

E poi i controlli. Controlli sugli appalti, sul corretto funzionamento delle strutture, sugli accreditamenti, che sono a dir poco evanescenti.

E poi le ruberie. Ogni tot settimane esplode un caso grazie all’intervento della magistratura, l’ultimo in ordine di tempo, il caso del San Camillo, e tu ti domandi: quando finirà questa storia ?

Mi fermo qui. Solo un ultimo inciso, abusando ancora della pazienza dei lettori. Nella maggioranza che sostiene questa giunta si levano voci ad esaltare un Modello Lazio da esportare nella Politica Nazionale. Bene se questo modello è quello che vediamo operare nel settore della sanità della nostra regione che Dio ce ne scampi e liberi. Invece di pensare ad esportare modelli facciamo qualcosa qui, nella nostra Regione, per evitare di  svegliarci dopo le prossime elezioni regionali con un Donald Trump presidente della Regione.

Enrico Chiavini

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