Serata evento per Pina Bausch Al Teatro Argentina il documentario Pina Bausch a Roma

Mario Martone ricorda, in video, una serata in piccionaia all’Argentina: lui non ancora 20enne, sente un applauso scrosciante, si affaccia e vede entrare in platea Federico Fellini e la sua Giulietta Masina omaggiati dal pubblico romano.

E’ un applauso che sento ancora questo lunedì sera (il 10 aprile) guardandomi intorno. C’è il sold out al Teatro Argentina di Roma. Il pubblico è intervenuto per assistere all’anteprima di “Pina Bausch a Roma”, un documentario di Graziano Graziani, nato dall’idea di Simone Bruscia, direttore di Riccione Teatro, e Andrés Neumann, storico produttore degli spettacoli di Pina Bausch.

In platea volti noti e non, tutti in attesa della proiezione. Il direttore del Teatro Argentina Antonio Calbi apre la serata con un breve saluto alla Bausch, chiamando in causa Leonetta Bentivoglio, massima esperta italiana della Bausch. Racconta un aneddoto molto divertente: sembra che la prima volta di Pina Bausch al Teatro Argentina era stata un grande successo grazie al passaparola. Bellocchio, Moretti, Bertolucci, la Maraini, Fellini, appunto. Tutti venivano a vedere gli spettacoli della Bausch. La critica però era distante, molto scettica, addirittura offensiva (impreparata dice la Bentivoglio). Il critico Gino Tani del Messaggero l’aveva attaccata ferocemente, ma anni dopo, quando fu istituito il Premio di Critica Teatrale Gino Tani, fu proprio la Bausch la prima artista premiata. La serata inizia così, con una gran risata, e prosegue tra emozioni e ironia.

Il documentario si apre con una visita ad un campo Rom. Andrés Neumann spiega che al suo arrivo a Roma nell’86, per la sua produzione Viktor, Pina si era fatta accompagnare a visitare campi Rom, che voleva includere nel progetto. Diventò amica di una famiglia Rom, che viene rintracciata e intervistata nel documentario. E’ proprio da quell’esperienza che la Bausch inizia a lavorare con le città. Dai racconti di coloro che hanno lavorato con lei emerge che la coreografa era infaticabile: prove, prove, prove e poi in giro per la città a scoprire mondi borderline.

Eravamo tutti un po’ dell’idea che Pina Bausch fosse una sorta di “santa con i pattini” come la definiva Fellini, una guida ascetica, sempre seria, teutonica, impegnata benché gioiosa. Bene, era proprio così.  Ma le persone che hanno lavorato con lei, qui a Roma, sono di sicuro persone dotate di senso dell’umorismo. Quando torna a Roma, nel ’99, per il suo spettacolo O Dido, Bausch vuole conoscere altri lati della città. Lo raccontano nel documentario, suscitando momenti di grande ilarità, Vladimir Luxuria, Matteo Garrone e Mario Martone.

Luxuria ricorda di come una sera al Muccassassina un buttafuori la chiama per dire che c’è una donna, di una certa età che vorrebbe entrare “che devo fa? Aa faccio entrà?”. Luxuria non può credere ai suoi occhi, quanto si accorge che la signora si una certa età è Pina Bausch. Vladimir Luxuria è presente in platea e racconta dal vivo della paura che aveva nel mostrare alla Bausch un fine serata, dove tutti erano alticci, se non ubriachi, con le parrucche in disordine, i vestiti dismessi. Poi la vede affascinata dalla fontana del Mucca, e dai giochi d’acqua dei ragazzi a tarda notte.

Matteo Garrone ricorda che Andrés Neumann lo contattò per accompagnare la Bausch a conoscere i lati oscuri della città – Chissà perché lo chiese proprio a me, commenta –. Si ritrovano in un altro fine serata, in un locale, il Gender, dove tra pavimenti appiccicosi e preservativi usati sparsi qua e là, in un corridoio appare una suora, che riconosciuta Pina Bausch, cade in ginocchio ai suoi piedi. La suora non è altro che il proprietario del locale, Klaus, per il quale la coreografa è un vero e proprio mito.

Martone, ai tempi direttore del teatro Argentina, ricorda di quando propose alla Bausch di visitare luoghi virgiliani e portò tutta la compagnia a Pozzuoli, facendogli visitare delle terme dove lui aveva girato l’Amore Molesto. E dove i ballerini danzarono e crearono giochi con l’acqua, che poi fu presente nello spettacolo, così come i giochi della fontana di Luxuria.

La fotografa Ninni Romeo, Claudia Di Giacomo, produttrice esecutiva, il costumista Millenotti e la stessa Bentivoglio raccontano della sua amicizia con Fellini, che la chiamò per il suo “E la nave va”, dei loro panini con la mortadella nei prati di Cinecittà, della visita agli archivi segreti del Vaticano, e al Forte Prenestino. Cristiana Morganti, per anni danzatrice della compagnia di Wuppertal, ricorda delle domande che Pina Bausch faceva ai suoi ballerini. Che poi creavano le risposte con corpo e movimenti.

“Pina Bausch amava Roma e il sud. Roma era un pretesto per parlare di umanità” chiude Neumann.

Il documentario è molto bello, scorre, emoziona e ci si diverte. Va dato merito al regista Graziano Graziani di aver compiuto alla perfezione il suo compito, mettendosi al servizio della storia, dietro la telecamera, senza mai assurgere a protagonista. Una storia importante, quella della Bausch, che diventa anche, nella serata evento, un omaggio al Teatro Argentina, protagonista delle produzioni romane della coreografa.

La festa si conclude con Luca Bergamo che consegna alla memoria della Bausch una Lupa Capitolina, la più alta onorificenza della Capitale dedicata al mondo delle arti e dello spettacolo, e con la Morganti che, dal palco, ricorda alcuni momenti del lavoro creativo con la Bausch, durante la produzione romana di O Dido.

Una festa di teatro, che ha visto anche Mario Martone nel ruolo di uno youtuber ante litteram: non potendo infatti essere presente alla serata, Martone ha inviato un video rubato con una telecamera (nel ’89 gli smartphone erano ancora lontani) nel quale spiava dai loggioni la Bausch e la sua compagnia impegnata nelle prove per lo spettacolo Palermo Palermo. Altra città che Pina Bausch amava, come Roma.

 

 

 

Alessandro Nico Savino

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