Effetto Trump e Riforma Costituzionale: il Centrodestra si riscopre unito e concorde. Rischi per il Governo. E se a guidare il futuro Partito della Nazione contro l’Europa fosse, invece, Berlusconi?

Piaccia o non piaccia il nuovo dispositivo costituzionale oggetto del prossimo referendum, in più o meno stretta e meccanica (o solo concettuale) combinazione con una nuova Legge elettorale che, rispetto all’Italicum, forse sarà rivista e corretta, agli occhi dei favorevoli e dei contrari alla Riforma, balza subito un dato politico evidente.

Come una magia, una polemica contro il Partito dei Giudici, un appalto di forniture all’amministrazione pubblica, una gara per costruire infrastrutture ardite, il NO alla Riforma Costituzionale ha riappiccicato i cocci di un Centrodestra che appariva disfatto in centouno brandelli, più briciole.

Basta sfogliare in questi giorni le pagine politiche dei giornali, per notare che non uno degli alfieri dell’area liberal-moderata-localista-populista-conservatrice-reazionaria all’opposizione – Berlusconi, Brunetta, Gasparri, Salvini, Alemanno, Meloni, Maroni – ha assunto posizioni neppure minimamente dialettiche, possibiliste o attendiste sulla Riforma. Tutti contrari. Da parte di una unanimità concorde, uniforme e conforme della destra e del centro destroflesso – cattolici e laici, liberisti e populisti, centralisti e federalisti, ex radicali ed ex forzisti, democristiani di allora e di oggi, neofascisti e razzisti – l’opposizione univoca alla Costituzione di Maria Elena Boschi ha dato corpo e fiato a una Linea del Piave. E data l’ostilità di tanti capi, subcomandanti, Obersturmfuhrer di alto livello gerarchico alla successione di Berlusconi con Massimo Parisi in Forza Italia (o come si chiamerà) o nell’intero Centrodestra, buon gioco ha avuto il vecchio leader a riproporsi con piglio da profeta, ideologo e stratega della sua antica coalizione.

Difficile indovinare aprioristicamente o in via pregiudiziale e ideologica se il “rassemblement” (più prosaicamente in italiano si dice “ricompattamento”) del Centrodestra andrà iscritto tra le voci attive del consuntivo del Governo (a riscontro della coesione della maggioranza) o se invece tra i passivi a scapito del vigore e della tenuta delle forze guidate dal Premier. Si dirà – e anzi va detto onestamente – che il disegno elettorale di Renzi di sfondare contro fragili resistenze di destra e di centro non appare più facile come nel passato, dato il “ricompattamento” indotto dalla Riforma costituzionale del Governo. E si risponderà – con altrettanta onestà – che ogni referendum crea sempre spaccature inevitabili tra due fronti un contro l’altro armato del corpo elettorale. Inevitabile e quindi scontata la baldanzosa ripresa del Centrodestra in chiave antigovernativa? No, se alla constatazione del fenomeno si aggiunge un ragionamento previsionale – non oroscopi o pronostici – sugli obiettivi che si darà la ritrovata intesa liberal-moderata-localista-populista-conservatrice-reazionaria italiana dopo il successo di Trump, che (pur con le peculiarità americane) ha vinto con populismo da Centrodestra.

Che cosa, allora, ci si può già sforzare di intravedere o riconoscere seppur vagamente tra le ombre e le nebbie dei futuri percorsi del Centrodestra a breve e medio periodo? Di certo il costruttore newyorchese diventato Presidente negli Usa sarà presto adottato ad esempio e riferimento del Centrodestra per il semplicismo populista, il qualunquismo antintellettuale, il liberismo compassionevole, le insofferenze fiscali, i fastidi politici per la solidarietà e l’assistenza sociale, senza parlare di redistribuzione del reddito, della spesa sanitaria, dell’inclusione/integrazione degli immigrati. Su tali basi – in questi ambiti politici – perde coerenza e attrattiva la seduzione renziana del Partito della Nazione per le forti ambizioni della Destra di guidare (non subire) un’attrazione con conversione tra i due maggiori schieramenti del tipo “Nazzareno 2”. Su tale falsariga rischia di crescere il recente eurovittimismo del Premier, che in Usa ha pure perso l’Alleato per trattare con Bruxelles e che avvicina il Governo alle soglie di un Centrodestra dal quale è atteso a un triplo varco: una svolta antieuropeista sul piano fiscale e dell’allentamento del rigore, oltre a un dietrofront europeista sul fronte dell’immigrazione.

Il Premier è nocchiero furbo e smaliziato. Ma già una volta svincolatosi dal Nazzareno per eleggere Mattarella, sa che non sarebbe perdonato qualora Verdini ed Alfano non gli bastassero più per garantire voti al suo governo. Per questo, Berlusconi è tornato a sorridere.

Fabrizio Venturini

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